IL PROGETTO

Il progetto Veli di cristallo. Donne e Islam nell’Italia della ricerca scientifica si propone di indagare il rapporto donne e scienza tramite storie di ricercatrici di religione musulmana, che lavorano in Italia.

Una donna musulmana, che voglia dedicarsi alla ricerca scientifica in Italia, si trova potenzialmente a far fronte a una doppia discriminazione: da una parte le discriminazioni a sfondo sessista, che tengono le donne lontane da posizioni di prestigio (il cosiddetto soffitto di cristallo, cui il titolo allude) e che sono ben presenti negli ambienti accademici; dall’altra le discriminazioni razziste, radicate e diffuse in tutti i paesi europei, che si accentuano particolarmente nei confronti delle persone di religione musulmana e ancora di più verso le donne.

Le donne di origine islamica ricevono l’attenzione dei media quasi esclusivamente in relazione a fatti di cronaca nera, come violenze domestiche, omicidi e gravi vessazioni. L’immagine della donna velata è inoltre spesso associata al pericolo del terrorismo islamico e ai problemi legati alle ondate migratorie: la minaccia, per esempio negli articoli di giornale, è così simboleggiata proprio da un volto femminile coperto.

L’idea di intervistare ricercatrici di religione musulmana è dunque nata nella speranza  di restituire uno spaccato sulla ricerca femminile nel nostro paese, che possa inserirsi sia nel tanto attuale dibattito sulle discriminazioni di genere all’interno delle università italiane, sia in quello, altrettanto attuale, sull’impatto dell’Islamofobia sui soggetti di sesso femminile. Non sarà per altro di nostro interesse intervistare solo donne di provenienza islamica, ma anche donne italiane convertite all’Islam, per le quali si ipotizza valgano le stesse discriminazioni.

A livello internazionale, non sono tante le scienziate musulmane conosciute, sia che si tratti di ricercatrici emigrate all’estero, sia di studiose rimaste nel proprio paese di origine. Tra le più note c’è Samira Ibrahim Islam, nominata nel 2000 Scientist of the World dall’UNESCO e impegnata in Arabia Saudita nell’incoraggiare la formazione delle studentesse. Altro volto celebre è quello di Bina Shaheen Siddiqui, dell’Università di Karachi in Pakistan, autrice di più di 250 articoli nel campo della chimica organica, membro dell’Accademia delle Scienze pakistana e tra i finanziatori del Third World Organization for Women in Science. L’egiziana Farkhonda Hassan, ora ottantenne, è stata invece professoressa di geologia all’American University del Cairo, mentre Mariam Sultana è diventata famosa per essere stata la prima donna in Pakistan a conseguire un dottorato in astrofisica, nel 2012. Nel 2015, a Londra, è stato istituito l’Arab Women of the Year Award, che premia le donne musulmane che si sono distinte in diversi campi -dall’imprenditoria, allo sport, al sapere. Tra le categorie in gara, anche quella dedicata alle scienziate, vinta nella prima edizione dall’astronoma marocchina Merieme Chadid, ora ricercatrice in Francia.

Chi sono invece le ricercatrici musulmane che lavorano in Italia? E quanto sono conosciute? La cronaca di giornale ci restituisce due immagini tanto discordanti tra loro, quanto significative. Nell’ottobre del 2015, la ricercatrice musulmana Houda Banani, che lavora presso l’Università di Torino, riceve il premio “Giovanni Scaramuzzi 2015” per la migliore tesi di Dottorato in patologia delle piante. Titolo della tesi: Unraveling the tritrophic interactions between fruit host-pathogen- antagonism in the post-harvest environment. La notizia ha trovato spazio sul sito Islamtorino.it e in un breve documentario su Youtube. Tre mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, la ricercatrice di origini libiche Khadiga Shabbi, dottoranda in economia dell’Università di Palermo, viene arrestata con l’accusa di istigazione ad atti di terrorismo internazionale. La vicenda è stata riportata da tutti i principali quotidiani e da vari siti internet, tornando sotto i riflettori nel giugno del 2016, quando, dopo una prima scarcerazione, è stato disposto un nuovo ordine di custodia cautelare.

Uno degli obiettivi del progetto era proprio quello di raccontare le storie di un più ampio numero di ricercatrici di religione musulmana, facendo emergere il loro percorso personale e professionale. Abbiamo quindi chiesto loro se si sono trasferite in Italia per poter fare ricerca o se invece abitavano già qui (o perché italiane convertite all’Islam o perché immigrate in precedenza); qual è il loro rapporto con la famiglia di appartenenza e l’atteggiamento di genitori e fratelli nei confronti della loro scelta; le aspirazioni che le hanno guidate e il loro rapporto con la scienza. Abbiamo approfondito la tipologia di lavoro che stanno svolgendo in Italia e i motivi che le hanno portate a occuparsi dello specifico oggetto delle loro ricerche. Di nostro interesse è stato poi comprendere se hanno trovato difficoltà ad inserirsi nel mondo accademico e se imputano queste difficoltà all’essere donne in un ambiente ancora a prevalenza maschile o all’essere di religione musulmana – o a entrambe le motivazioni. Altro focus necessario, infine, è stato quello sulle preoccupazioni legate alle prospettive di carriera, così come sul tema della conciliazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita – dunque anche alle tutele contrattuali su welfare e maternità.
Un secondo gruppo di domande ha invece indagato più nel profondo il rapporto scienza e fede. Desideravamo infatti capire se e come credo religioso, appartenenza culturale e attività di ricerca entrino in contatto tra loro – o in conflitto? – e se e come si influenzino a vicenda, compenetrandosi nella pratica quotidiana. Se, inoltre, l’essere musulmane abbia un peso nell’ambiente universitario o se piuttosto la dimensione della ricerca non costituisca una zona franca dalle discriminazioni, rispetto a quante se ne incontrano fuori dai luoghi accademici.
Abbiamo infine guardato al più generale rapporto donne e scienza nel mondo islamico, guardando, tramite il vissuto e le opinioni delle intervistate, sia alla contemporaneità che alla storia. Abbiamo per esempio chiesto quanto, in base alla loro esperienza, pensano sia facile per una donna islamica accedere alla carriera accademica nel proprio paese di origine, o ancora se le discriminazioni vissute nelle università italiane possono essere equiparate a quelle vissute dalle loro colleghe in università islamiche.

Bibliografia
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Sitografia
http://www.wisemuslimwomen.org/
http://muslim-science.com/

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